Allarme dei medici penitenziari

Allarme dei medici penitenziari

“Ha presente le Rsa (residenze sanitarie assistenziali, ndr.) per anziani? Ecco, da questo punto di vista un carcere non fa molta differenza. Perché gli anziani sono i più fragili, ovvio, ma anche per i detenuti i pericoli maggiori arrivano dall’esterno”.

Danilo Mazzacane, segretario regionale Cisl medici Lombardia e oculista, dal 2011 effettua visite specialistiche nelle due carceri di Pavia e Vigevano: in questi nove anni ha curato qualche migliaio di reclusi.

Dottor Mazzacane, come viene gestita l’emergenza coronavirus nelle carceri?

Per chi come me arriva da fuori – come pure agenti di polizia penitenziaria o infermieri – è stata adottata una normativa che prevede la sottoscrizione di un documento anamnestico dove dichiariamo di non avere frequentato luoghi di possibile contagio, e di essere asintomatici.

Poi, prima di entrare, ci viene misurata la temperatura corporea.

È un triage valido per limitare il rischio di contagio, perché ripeto, il pericolo per i detenuti arriva dall’esterno.

Che cosa pensa delle rivolte scoppiate domenica?

Che sono state strumentalizzate. Ormai da tempo sono state ridotte e limitate le visite dei parenti, ma è una misura che serve proprio a tutelare i detenuti. Quindi, per ora, l’unica cosa da fare è ridurre le visite.

Altrimenti dobbiamo fare come hanno già fatto le Rsa per i loro anziani, che hanno chiuso subito preventivamente.

Negli istituti di Pavia e Vigevano ci sono stati grossi danni?

La rivolta è scoppiata solo a Pavia, che peraltro ha numeri molto più elevati, circa 700 carcerati rispetto ai 300 di Vigevano. Sono state devastate le celle, ma per fortuna non hanno toccato le infermerie.

Questa situazione ha messo in evidenza problemi vecchi: oltre al sovraffollamento – a Pavia ci sono almeno 150 detenuti in più rispetto alla capienza – c’è una carenza di organico degli agenti di polizia penitenziaria. E poi c’è anche un malumore da parte del personale medico: non esiste una retribuzione uniforme per i medici che esercitano in libera professione nelle carceri lombarde, ma c’è una discrepanza da un carcere ad un altro.

Per esempio?

Si va dai 27 euro orari al carcere di Pavia ai 35 del carcere di Bergamo.

Ma è un problema più ampio che riguarda la medicina penitenziaria, che è da tempo in sofferenza: servono più aggiornamenti e un apposito contratto, proprio perché non lavoriamo in ambienti qualsiasi, anche se noi trattiamo i detenuti come tutti gli altri pazienti.

Dal punto di vista sanitario, la loro è una realtà molto fragile – i consumi di ansiolitici sono molto elevati – nonostante vengano stimolati a svolgere varie attività, culturali e sportive. E proprio per questo dobbiamo lavorare anche noi medici nel miglior modo possibile, in serenità e in sicurezza, soprattutto in questo momento di emergenza sanitaria.

Articolo Pubblicato su Avvenire, il 13 Marzo 2020.

Di ANDREA D’AGOSTINO

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